Come iscritta al progetto americano dell’associazione Edu 4 All (educazione per tutti), per festeggiare il Digital Learning Day, mi preme qui presentare i risultati di un incontro svolto on-line il 25/2/2021, tra diverse istituzioni scolastiche americane, per festeggiare l’apertura delle scuole dopo il lock down.

La discussione è partita dalla questione della ineguaglianza, che negli Usa è molto sentita particolarmente nelle scuole, per i differenti gradi di finanziamento, sostegno e accesso di insegnanti.

Questa "ineguaglianza" lede alcuni quartieri in particolare, evidentemente quelli delle minoranze etniche, che in America sono molto più diversificate che in Europa, tanto che, per assurdo, si dice che le differenze nelle risultanze scolastiche si sentono a livello di codice postale.

Il discorso dell’equità è focale nei programmi dell’ONU, evidentemente perché essa si manifesta in ogni sito del mondo, basata anche sulle carenze educative, le quali sono difficilmente sanabili e, in quanto tali, incidono per tutta la vita, aprendo o chiudendo delle opportunità che conformano variamente i destini di ciascuno.  

I gap nelle scuole, nelle classi, nei corsi di formazione, si riproducono con riverbero ampliato al di là della istruzione, nel lavoro, nel sistema pensionistico. La chiave dell’innovazione sta evidentemente nella tecnologia e il primo passo verso l’accettazione e lo sviluppo della scienza e della tecnica parte dalla scuola, sicuramente già dai primi anni. Gli esperti educativi americani hanno approfondito un aspetto che anche noi conosciamo, ma cui non diamo il giusto peso, cioè che le ineguaglianze esistono anche nei compiti di casa; c’è chi non solo ha il computer, ma chi non ha nemmeno una scrivania, non ha una stanza in cui studiare tranquillo, oppure è occupato in lavoretti imposti dai genitori, magari deve occuparsi di altri fratelli, dei nonni o di chissà cosa…

Il miglioramento delle condizioni dei ragazzi deve essere supportato da una “volontà collettiva”, nel senso che tutti noi grandi siamo educatori; non è solo la scuola che educa, ma tutto il territorio; è l’ambiente che crea la compartecipazione paritaria. Consideriamo che l’habitat è ormai il mondo intero, non solo il cortile di casa o la strada; il mondo deve entrare nella scuola, non deve essere escluso, in questo si vede l’opportunità del computer che non accorcia, ma elimina le distanze. In molte scuole americane si sta già attuando il progetto 1 a 1, cioè uno strumento per ogni ragazzo. Tuttavia, proprio i docenti americani dicono che ci vuole meno tecnologia e più umanità, la connessione che noi intendiamo come rete, dicono che deve essere una connessione umana.

La componente umana è la più importante parte dell’equazione uomo-tecnologia, l’innovazione deve facilitare la comunicazione tra gli esseri umani.

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Gli americani, come gli inglesi amano il wisky blended, ossia “corretto” come noi correggiamo il caffè. Da ciò essi propongono che, oggi come oggi, l’insegnamento sia “blended”, ossia parte virtuale e parte fisico.

Da qui, ho lanciato loro l’idea del progetto “wisky”  (Willingness Intelligence Kids Yeld), dobbiamo prima di tutto volere che venga incrementata la produzione intelligente da parte dei bambini (kids).

L’incontro si è chiuso con una felice asserzione di un insegnante che dice: “Se tu ami i bambini più degli adulti, sei una persona a posto”.

Adriana Galvani

Unipomediterranea