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Categoria: Società
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I discorsi di circostanza sono sempre un po' scontati. Si tratta però di scegliere parole belle e allora queste fanno effetto.

Il Presidente della Repubblica ha detto, nel settantaduesimo anniversario della liberazione, che senza le lotte del popolo durante le due guerre mondiali non avremmo la libertà e la democrazia di cui godiamo ora.

Infatti sono belle parole, ma stanno perdendo man mano di significato.

Però quale liberazione? La liberazione dallo straniero? Ma non siamo occupati proprio ora, come non mai, dallo straniero? Certamente la parola straniero aveva un senso durante il Risorgimento, ora quegli “stranieri” sono i nostri vicini di casa e addirittura condomini nel palazzo della UE. Ci consideriamo anzi fratelli, perché ci scambiamo idee politiche e tecnologia, pane e comunicazione.

Gli stranieri ora sono gli illegali, i criminali, i terroristi, quindi siamo ancora in guerra e siamo ancora oppressi, come si diceva nel secolo diciannovesimo. Non abbiamo più le armi e combattiamo solo a parole, parole, parole, che nessuno ascolta.

Liberazione è anche lotta contro la dittatura, contro i regimi oppressivi, che sono senza colore o di tutti i colori. I regimi non si riconoscono più dal colore, ma dall’odore, odore di stantìo, di marcio, di presa in giro.

Gli Italiani sono orgogliosi di ciò che hanno fatto, delle lotte che, tutte insieme, possono essere definite di “dignità”, perché i nostri antenati hanno affrontato la morte, guardandola in faccia.

Ora ci troviamo ad accogliere quelli che dicono di fuggire dalla guerra, anche se guerra non c’è nei loro paesi. Se per ogni persona è un dovere combattere per la propria casa e la propria famiglia, per il proprio inserimento nel mondo, per ogni popolo è un onore combattere per il proprio paese, dominato o no dall’esterno, frustrato o no dalla dittatura, piagato dall’ignoranza e abbrutito dalla miseria, perché, con la nostra esperienza, non potremmo insegnare la democrazia e la governance a tutti quanti?

Invece aiutiamo sconosciuti a disertare la funzione di esseri umani, li incitiamo a scappare, ad abbandonare casa, famiglia, patria e speranza.

Cosa insegniamo loro per il loro futuro?

Insegniamo a vivere senza lavorare nella “Repubblica fondata sul lavoro”

Adriana Galvani UNIPOMEDITERRANEA