‘I miti ... fatti che mai non furono e sempre sono’ (Sallustio)

Ci sono parole che più di ogni altre generano onde di continua rifrazione: come un sasso gettato nell’acqua mette in moto riverberi concentrici, così alcuni termini, lanciati nel mare junghiano dell’inconscio collettivo, provocano una profonda reazione a catena , uncinando nel loro precipitare sensazioni, lampi, squarci, ricordi, sogni…

E’l’infinita carezza del suono , della parola vibrante , creatura vivente e arrischiata , che , pronunciata, ATTUA magicamente l’energia sprigionata e si  fa realtà, si concreta come chiave ermeneutica per aprire i nostri cantieri dell’anima. Allora quella parola dimostra tutto il suo potere taumaturgico, come se nascondesse nei suoi rotoli i significati più risposti di una vita lontana, sepolta, il soffio notturno di una memoria ancestrale e collettiva…allora il linguaggio sembra davvero SOGNARE e può trasformare il malanno in bellezza..

Sono qui..sotto una statua, immensa nella sua ritrovata luminosità.. una statua vista centinaia di volte nelle mie frenetiche corse quotidiane..ma oggi la guardo ..forse per la prima volta..la penetro con la mia visione interiore ..e quel particolare così suggestivo da sempre, ma sempre visto senza spalancamento, mi racconta un’altra storia..il particolare delle ALI..  ALI=VOLO… VOLO=ICARO…  Ecco allora esempi struggenti di parole che sognano, gravide di racconto fiabesco, di magia, parole che srotolano e raccontano, sussurrano un canto che incanta..Dire Icaro è dire  VOLO ..dire VOLO è dire ALI..la parola ALI con quello spalancamento della A sul mondo, come GRIDO di ebbrezza e gioia di fronte a un’esperienza indicibile, quel sollevarsi lungo e leggero della L verso altezze aeree e quel verso di pienezza raggiunta e compiaciuta di una I finale che accoglie e raccoglie , srotola nell’immaginario umano figure di una levità straordinaria: chi possiede le ali? Gli abitanti del cielo, gli uccelli certo, ma soprattutto gli angeli, i messaggeri degli Dei, i postini della casa di Uranio che popolano tutte le culture metafisiche, ponti tra il cielo e la terra..gli angeli cristiani, il dio Mercurio dai calzari alati, i buddisti dai piedi leggeri„ che solcano le arie grazie alle loro scarpe volanti… , le creature alate egizie che dolcemente svegliano chi addormentandosi si è lasciato andare al pericolo del Dio Nun, il caos oceanico primordiale… Chi porta le ali è morbido, leggero, soave..e può spingersi verso realtà superiori, oltre i cancelli del sensibile, tra cielo e cielo, sfidare la gravità, ripristinare sentieri interrotti..traboccante di entusiasmo, rigurgitante di divino…Chi non vorrebbe allora VOLARE?? Forse davvero questa è la nostra natura..questo è il nostro HABITAT..il cielo..non la terra..La parola ali , che uncina immediatamente quella di VOLO, schiude la porta sul nostro costitutivo DESIDERIO: spingersi in alto, oltre, superando il vieto limite fenomenico, liberi di librarsi nell’aria, nel respiro universale del grande PNEUMA…toccare le stelle, giocare con la luna, sfiorare il Sole,senza limiti, privi di barriere, memori di una antica appartenenza. I meravigliosi racconti degli antichi sembrano consegnarci un’amara verità: l’uomo , gettato nel mondo, entrato nella vita terrena, sembra obbligato ad appartenere alla “razza” della terraferma..ogni volta che tenta di spingersi in mare o librarsi nell’aria viene punito in modo letale: è la colpa della tracotanza, dell’ubris greca. All’uomo è dato imparare , attraverso l’esperienza della punizione conseguente e quindi del dolore, che la saggezza consiste nell’arte della MISURA, il metron della moderazione greca: non bisogna andare oltre il LIMITE, altrimenti il “volo” si fa Folle come quello dell’ Ulisse dantesco..Eppure l’uomo continua a tentare, a spingersi, a osare..è questa una colpa?? O forse una vocazione ?Una cifra noumenica inalienabile? Crediamo di sì..E’ un richiamo antico, di una progenie spirituale, di una identità che URLA la sua discendenza celeste, la sua natura divina..C’è dentro l’anima dell’uomo scolpito in modo apodittico un marchio di fabbrica: il desiderio di INFINITUDINE..la cifra dell’OLTRE, la “malattia” dell’infinito che ci rende sempre inquieti, arsi dal bisogno di sapere, conoscere, il fondo in cui si radica  ogni  nostra apertura, ogni spalancamento  verso la costitutiva progettualità che ci abita ; la cifra del voler volare, piantata nel nostro cuore come il Senso di ogni senso, è ciò  che ci fa sentire, come potente diapason, che siamo ALATI e che diventa sofferenza gnoseologica e metafisica stare impastoiati dentro i paletti dell’isoletta del fenomeno o dentro i lacci del corpo.. Non è tracotanza , non è sfida verso un supposto Dio, non è sicumera, ma è UMANO  BISOGNO esigenziale di libertà, di dispiegamento del nostro ESSERE, di FIORITURA totale..siamo fatti per l’infinito diceva Kant..siamo noi stessi l’Infinito, suggeriva Hegel.  Portati , per natura, a voler librarsi nel mare della libertà, siamo angeli caduti e smarriti che hanno perso le ali e SENTONO la tremenda nostalgia di un luogo già conosciuto ma dimenticato..la nostra stoffa è il cielo..e non solo intendiamo il cielo atmosferico o celeste,fisico e metafisico,  ma il cielo come metafora  del senso della vita:volare vuol dire superare i limiti umani, le coercizioni, le debolezze e meschinità del vivere quotidiano, vuol dire affrancarsi dai dolori, dal pondus della humana condicio, rompere limiti,  sbaragliare schemi, pregiudizi, scardinare luoghi comuni  e raggiungere nuovi traguardi.

L’intimo anelito spirituale dell’uomo è quello di SPICCARE il VOLO in tutta la sua variegata e caleidoscopica  polisemia .Come allora NON AMARE ICARO??? Perché condannarlo leggendo nella sua storia un significato morale di “ giusta” condanna? Ti guardo, bellissimo Icaro, e mentre i miei occhi accarezzano la bellezza delle tue ali,  la fierezza del tuo capo volto verso il cielo, l’emozione del tuo sguardo che pregusta il profumo dell’aria, riannodo i fili della mia memoria per ormeggiare l’amato mito ovidiano..

“Chi avrebbe mai creduto che un uomo potesse correre per le vie dell'aria? Cominciò Dedalo a disporre in ordine le penne, remi per gli ucccelli, e a riunire le diverse parti del leggero congegno con funicelle di lino; quindi ne fuse insieme le estremità con cera sciolta nel fuoco, finché l'opera
mai veduta non fu pronta. Il figlioletto Icaro, contento, eccitato, aiutava il padre a rammollire la cera e a unire insieme le penne, ancora ignaro che dovesse servire alle sue spalle. E il padre a lui: «Con questa nave noi torneremo in patria, con questa sfuggiremo a Minosse. Minosse ci ha precluso ogni scampo, ma non potrà impedirci di volare. Ora tu volerai con l'arte mia. Stai però attento, o figlio, di non puntare verso l'Orsa Maggiore, o verso il compagno di Boote, Orione, armato della sua spada. Segui nel volo soltanto me. Viemmi dietro. Dietro di me non correrai pericolo. Se infatti voleremo troppo in alto, la cera non reggerà al calore del sole; se muoveremo
le ali troppo in basso fino a sfiorare le onde del mare, le onde inzupperanno le nostre agili penne. Vola a mezza strada, o figlio. E attento all'urto dei venti. Abbandònati a essi, ovunque essi ti portino!»
E mentre diceva queste parole, gli adattava alle spalle le ali e gliene mostrava il movimento; gli insegnò come fa il passero coi suoi nati ancora inesperti. Quindi si allacciò anch'egli le ali e tentò timidamente i primi passi sulla nuova via. Ma prima di spiccare il volo, dicono che più volte baciasse il figlio e non riuscisse a trattenere le lacrime. C'era un piccolo colle che dominava intorno la campagna. Di lassù si slanciarono insieme, innalzandosi a poco a poco nel volo, destinato a tragica fine. Dedalo battè con forza le ali, già lo prendeva la gioia del volo. Ma non per questo perse d'occhio le ali del figlio. Icaro, intanto, superata la prima paura, volò anch'egli più forte e sicuro. Qualcuno che stava pescando sulla riva del mare, li vide e stupefatto lasciò cadere la canna. Già avevano superato alla loro sinistra l'isola di Samo e Nasso e Paro e Delo, cara ad Apollo. Sulla destra scorgevano Lebinto e Calimmo, ombrosa di selve, e Astipalèa, cinta d'acque pescose; ed ecco il ragazzo, reso temerario dall'incauta età, volare sempre più in alto, abbandonare a poco a poco la guida paterna.
E già i legami delle ali si allentavano, ecco la cera liquefarsi alla vampa del sole, ecco il moto delle braccia non sostenerlo più sull'aria leggera. Preso dallo spavento, il fanciullo misurò da quell'altezza il mare lontano; un buio gli calò sugli occhi atterriti; ormai tutta la cera era disciolta.
L'infelice ragazzo agitò più forte le braccia, nude di penne; tremando sentì che non lo reggevano più. Cadde e cadendo gridò da lontano: «Padre, padre, precìpito!» Ma mentre ancora parlava, l'onda verde del mare gli chiuse per sempre la bocca. Allora, il padre sventurato, ormai non più padre: «Icrao, Icaro!» gridava, «dove sei? dove stai volando? Icaro!» gridava ancora. Ma altro non vide che le penne galleggiare sull'onde del mare.
Ora la terra raccoglie le ossa di lui e il mare ne ricorda il nome “.

Come posso non amarti e piangere con te? Come posso condannarti secondo un’etica moralistica e troppo pedagogica??

Sento tutta la tua giovinezza e quindi la tua amabile inesperienza, sento il battito veloce del tuo cuore che pulsa forte forte, consapevole dell’unicità dell’esperienza che si appresta a vivere e che molti benpensanti, molti materialisti e gli stessi Dei non conoscono , forse perché INVIDIOSI…percepisco il tuo ardore , la tua felicità, commovente, lirica.. nel tuo mettere le ali c’ è la tua crescita interiore, la tua sete di autonomia e conoscenza, la soprannaturalità del tuo essere umano..In fondo mi insegni a ringraziare il Minosse che ognuno di noi incontra, tutto ciò che ci opprime,  che ci chiude nel labirinto, soverchiandoci e spegnendoci, facendoci girare a vuoto..scatta allora il DESIDERIO più forte e prepotente di SPICCARE il VOLO, senza timore..senza pensare al potenziale finale tragico..l’importante è LIBRARSI, LANCIARSI..ciò che conta è il CAMBIAMENTO, ovunque esso porti.. Voglio ricordare solo  la tua salita, l’euforia del tuo innalzarti verso il sole, vincendo la forza di gravità..ma se anche fossi costretta a guardare con occhio crudo la tua caduta, il tuo precipitare, non vorrei leggere il tutto come sconfitta, come tragica punizione, come cocente disillusione  che ammonisce l’uomo  e lo “piega” alla logica del cammello, che resta ancorato al suolo, rinnegando la sua identità metafisica…Non riesco..Più forte è invece la lettura della forza comunque di un sogno, ammantato dall’aura meravigliosa dell’illusione lirica, che gli adulti non sentono più, disabitati dalla meraviglia e resi ciechi dall’aver dimenticato una parola: DESIDERIO. Il tuo cadere si fa donazione di Senso, dimostrando che l’uomo che cerca se stesso come essere divino, simile agli Dei, anelando all’immortalità, si ritrova ancora più umano di prima e degno allora d’ AMORE. In fondo , per scoprire i propri limiti, bisogna prima giungervi..e niente è mai sbagliato in sé e per sé, in modo assoluto. Tu sei andato  a cercare la tua anima, a recuperare la tua essenza..La tua voglia di cielo è stata più forte della paura dell’abisso fatale..L’ebbrezza della salita ha vinto sul buio del precipizio di cui tu comunque non eri consapevole..In te prevale la gioia , la meraviglia della scoperta, l’incanto ancora intatto della vita nella sua bellezza..la fiducia in essa..il tuo volo così sincero non ha dietrologie, non parla di tracotanza e arroganza..ma di stupore, di un lasciarsi fare giocoso e  infantile ..

Non sei affatto superbo..non sei fragile..sei forte..sei magico..sei un eroe! Sei caduto, sì, hai perso la vita..certo…MA HAI VOLATO!!! Ascolta i versi struggenti che Oscar Wilde ha scritto per te e sii FIERO di te stesso:

“Non rammaricarti mai per la tua caduta,

O Icaro del volo senza paura.

Perché la più grande tragedia di tutti,

È non provare mai la luce che brucia”.

Manuela prof.ssa Racci -unipomediterranea-