Il cambiamento climatico col conseguente inquinamento e riscaldamento del globo e possibili forme di nuove malattie, è imputabile alle attività dell’uomo, ma queste attività vengono elevate a potenza, non solo con l’incremento della tecnologia, ma soprattutto con l’aumento demografico.

Inquinano non solo le industrie dei paesi sviluppati, ma anche le più semplici attività, legate alle operazioni quotidiane di chi vive senza industrie.

L’allargamento progressivo dello sviluppo e il miglioramento delle condizioni di vita a cui ciascuno tende, non fanno che allargare ulteriormente ogni tipo di inquinamento.

Da una parte, la lotta alla mortalità prenatale, perinatale e infantile, come la lotta alla povertà nei paesi poveri, stanno facendo aumentare le popolazioni in via di sviluppo, senza possibilità tuttavia di provvedere a corrispondenti forme di sostentamento.

Se dall’altra parte, i Paesi ricchi mostrano un tasso di natalità decrescente, la popolazione continua ad aumentare per l’incremento dell’aspettativa di vita che fa sì che la popolazione decresca solo a lievi livelli.

Nei Paesi poveri il tasso di natalità, sempre alto, produce un incremento demografico molto più forte che in passato, per la diminuzione della mortalità neonatale e infantile, in grazia degli aiuti sanitari, che fa sì che una popolazione prevalentemente giovane contribuisca ad incrementare, come non mai, il tasso di natalità, con una crescita pericolosa, anche se la prospettiva di vita in quei paesi si è allungata di poco. Abbiamo usato l’aggettivo pericolosa perché all’aumento di popolazione non corrisponde un aumento della ricchezza o della possibilità di accedere a nuove risorse di base; il che aggrava la povertà, la disoccupazione, la malattia, la disuguaglianza.

Sono più di sette miliardi gli uomini sulla terra, la quale potrebbe certamente mantenerne ancora di più, solo che il ritmo di crescita umana non procede di pari passo con quello delle fonti di sussistenza.

Secondo questi calcoli, si potrebbe pensare che quando gli uomini erano pochi milioni, invece di miliardi, dovessero tutti vivere nel migliore dei modi; certamente no, come invece potrebbero stare bene anche 9-10-11 miliardi, qualora sulla terra si producesse cibo sufficiente, ma soprattutto fosse distribuito in maniera equa su tutto il globo.

Il primo punto d’azione dello sviluppo sostenibile, che l’ONU ha lanciato dal 2000 è quello di ridurre la fame. L’ONU promette di “ridurre”, ma sa che non potrà eliminarla.

Qualora si riducesse la fame, avverrebbe una riduzione quantitativa dei bisogni, ma rimane aperta l’ipotesi di un miglioramento qualitativo più arduo da raggiungere.

Solo col miglioramento qualitativo sarebbe assicurato, non un puro allungamento della vita, ma la qualità stessa della vita. Un aumento demografico incontrollato mette a rischio chiunque per una legge di natura che ha sempre visto che le specie che si espandono troppo si indeboliscono, o che i tentativi per andare contro natura, come un allungamento oltre i limiti conosciuti della vita umana, non possono essere mantenuti a lungo. Si allunga la vita, ma corrispondentemente si allunga il periodo di infermità.

Che l’uomo sia debole è un dato di fatto, dimostrato dall’evidenza che, sebbene viva sempre più a lungo, non vive sempre bene, deve sostenere il suo corpo con medicine sempre più numerose, con ospedalizzazioni, con attenzioni e cure sempre maggiori, con limiti alle sue attività, ai suoi movimenti e, soprattutto ai suoi desideri. Sembra anzi, che l’eccesso di pulizia, l’eccesso di medicine, di vaccini, indeboliscano l’essere umano fino a che non è nemmeno più in grado di affrontare un raffreddore senza medicinali, come si faceva fino a non molto tempo fa.

Così è sempre stato, ma l’allungamento della vita media è stato portato troppo avanti e in modo troppo veloce, così, dopo il superamento di una malattia, tante altre nuove infermità sono pronte a colpire gli esseri umani. Gli alti livelli di inquinamento nelle città, causano polmoniti e affaticano il cuore. L’ONU stima che siano dovuti ai soli effetti dell’inquinamento almeno sette milioni di morti precoci l’anno[1]. Chi è già affetto da problemi respiratori, come asma e bronchite cronica, è certamente più vulnerabile al COVID-19. E’ già stato evidenziato che il virus può avere un serio impatto sugli abitanti delle zone urbane e su quelli maggiormente esposti al fumo.

Nel cinquantenario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riassumendone l’attività, il portavoce dichiarava che per ogni malattia debellata, da quando nel dopoguerra era nata l’Organizzazione, due nuove ne erano comparse.

Ci rendiamo conto infatti, con l’ultima crisi sanitaria che stiamo vivendo, che vengono colpite le persone più anziane, le più deboli, quelle con metabolismo  lento, con scarse riserve di anticorpi, a cui le vitamine, specialmente la vitamina D che è l’ultima scoperta contro l’invecchiamento, non servono  più, quelle che non fanno movimento, che non stanno all’aria aperta, quelle a cui la solitudine, la mancanza di interessi, la scarsità di attenzione da parte degli altri minano anche l’anima e la voglia di vivere.

Non basta quindi il pane e nemmeno il companatico, un po' di vino forse, e un sorriso.

 

[1] Il 70% della popolazione sarà concentrato nelle città nel 2070

Adriana Galvani

UNIPOMEDITERRANEA