Uno degli ultimi attentati terroristici è avvenuto a Istanbul, perché questo è un punto focale delle comunicazioni terrestri, marittime ed aeree del mondo, un nodo tra Est e Ovest e fra Sud e Nord, con implicazioni politiche di ponte tra culture diverse e base militare internazionale.

Tutte le città sono ormai internazionali per cultura e popolazione, e Istanbul lo è più di tante altre. Non ha infatti una identità precisa, divisa com’ è tra Occidente e Oriente, tra chiusure ideologiche e aperture tecnologiche.

Per questo suo essere ponte tra due mondi, ma forse più per non sapere decidere quale scegliere, non riesce ad entrare nell’Unione Europea. La sua religione stessa è un misto tra islamismo e “libertà” religiosa.

Per tutto questo è un museo ed un teatro all’aperto della condizione della donna tra tradizione e modernità. Forse in nessuna altra parte del mondo si può trovare tanta varietà di abbigliamento con fantasie di mantelli, veli e coperture, al tempo stesso in cui le turiste europee e americane espongono in tutta libertà le loro carni nude, tra pantaloncini short e scollature.

Mi sono trovata più volte a passare attraverso l’aeroporto di Istanbul, l’ultima volta in luglio, poche ore prima della rivoluzione contro il presidente, quando tutto era tranquillo e nulla lasciava presagire tumulti.

Di solito i collegamenti a Istanbul prevedono attese lunghe per la fitta rete di connessioni, ma il tempo passa in fretta osservando la varietà dei viaggiatori che provengono da tutti i continenti  e vanno in tutte le direzioni. Nemmeno in altri aeroporti pur grandi, si gode come qui, della varietà dei comportamenti della razza umana, perché c’è una concentrazione di viaggiatori arabi, provenienti dai più disparati paesi, di cui non conosciamo nemmeno la posizione sulla carta geografica. Osservarne i costumi è come assistere ad un film che non finisce mai. La scena è arricchita dai viaggiatori mediorientali che non viaggiano da soli, ma si portano le famiglie e spesso più mogli, per non parlare di nugoli di bambini.

E’ difficile ricondurre la varietà delle cappe e dei veli neri delle donne al paese d'origine, anche perché‚ in ciascuna tradizione ci sono delle scelte che vanno dalla copertura intera alla copertura di metà degli occhi (non si capisce come non possa fare male).

Ci autoesimiamo dal trovare il nome pertinente a ciascun abbigliamento, tanto sono nomi arabi che dimentichiamo subito. Ci è rimasto impresso il burka, per ragioni non solo religiose, ma storico politiche; ebbene ho visto persino di peggio: copertura totale, perché‚ almeno il burka ha una retina e può persino essere di colore vivace. Mi è venuto da piangere constatare che una poverina non poteva nemmeno vedere; suo marito l'aveva sistemata su una poltrona all'aeroporto e dopo essersene allontanato, al ritorno l'ha riconosciuta dal posto che occupava, poiché‚ aveva persino i guanti neri. Nulla appariva da quella massa, di ciò che appartiene ad un corpo umano.

Nell'attesa dell'aereo, all'aeroporto, un uomo mangiava, la sua donna non poteva, perché‚ ciò comportava togliere il velo. Questa non solo è schiavitù, è annullamento dei diritti umani. Perché‚ mi dicevo, mentre piangevo, perché‚ non si ribellano? Il mio pianto era stato dettato dal rispetto e da una forte fede nella dignità della donna. Perché‚ non si uniscono tra loro? Magari cominciando una piccola rivoluzione, piano piano, adottando per esempio il colore blu?

Per fortuna che un giorno ho avuto la bella sorpresa di vedere tre donne giovani con tre colori diversi, anche se non certo belli, uno marrone, uno blu scuro, uno azzurro, ma purtroppo un azzurro grigiastro, tipo vecchie divise dei ferrovieri. Ammetto di non essere stata contenta del tutto, perché‚ avrei preferito vedere l'azzurro dei Tuareg che rende bellissimi i loro visi e attraente il loro sguardo, ma lo portano gli uomini. Queste donne avrebbero la libertà… dello sguardo se lottassero per il loro lembo di cielo azzurro? In ogni caso non possono ugualmente alzarsi verso il cielo: sono vietati i tacchi.

Non muoiono i soldati in guerra per la libertà… loro e del loro paese? I ribelli non affrontano la fucilazione o il carcere anche per un mal compreso senso di libertà? L’eroismo è peculiarità degli uomini, rare sono le donne che ricordiamo per atti di coraggio e ribellione, ma quanti secoli sono passati da Giovanna d’Arco e dobbiamo piangerli come perduti inutilmente?

Non è libertà rispondere che ognuno fa ciò che vuole, perché sono solo gli uomini che fanno ciò che vogliono, le donne sono costrette, e ciò che è peggio, lo sono con il plagio e la  violenza. Nonostante i ricchi mariti arabi tentino di tenerle buone comprando loro costosissimi vestiti di marca, che mettono solo in casa, (l'ho sempre detto che sono troppo ricchi, io in casa metto i vestiti vecchi), qualcuna osa: ne ho visto una che aveva aggiunto strisce di pizzo bianco sul nero totale, un’altra invece rischia di ferirsi perché‚ ha liberato il naso, ma all'altezza della bocca ha messo un ago per riunire i due lembi; non posso fare a meno di notare un'altra spilla all'altezza del collo, casomai i due lembi si aprissero!  Meglio che si apra il cielo!

Una ha persino osato mostrare l'attaccatura dei capelli che aveva scrupolosamente dipinto di colore ramato: bellissimi! Un'altra aveva messo una fascia bianca all'attaccatura, come le suore.

Le turche sono le più moderne, usano fazzoletti colorati e aggiungono toupet per alzare il capo, far apparire il collo più lungo e sembrare meno vecchie. Fanno fare al foulard una specie di visiera, tirandolo molto in avanti. Nonostante ciò, non sono le più sveglie, perché‚ pur se non usano coprirsi fino ai piedi, coprono gli abiti con un impermeabile, anche d'estate, tutto rigorosamente sintetico: foulard ed abiti, così sudano meglio! Per compensare il caldo, non usano il nero, ma prevalentemente il beige.

Fortunatamente c’è chi riesce a deridere la tradizione. Questa è la bellissima storia di una bellissima ragazza, chiaramente in giro con il suo uomo (nessuna balla da sola). Stava provando delle scarpe, con aria di sufficienza, in un negozio di calzature nel centro città. Si sentiva molto sicura di sé. Era rigorosamente vestita di nero, con una eccezione: un fiore rosso in testa. Ecco cosa mi veniva in mente, se si vestissero di rosso fino ai piedi, sarebbe un omaggio alle donne, come i modelli di Valentino Garavani con il suo famoso tono di rosso. Ma vi immaginate gli uomini, allorché‚ sentissero i sommovimenti che vengono indotti nel toro con tale colore? Sarebbe morte sicura per le donne! Ebbene la furbetta era sì vestita di nero fino ai piedi, ma con un abitino stretto di maglina, completamente aderente, che segnava i fianchi larghi, pur nella magrezza generale. Risultava estremamente sexy; il viso era scoperto e truccato, il velo, pure aderente, copriva la parte posteriore e la testa era sormontata da un cappellino da amazzone, pure nero, dando al tutto un’aria vintage e ardita insieme, forse un'aria anche da eroina, almeno a me così è sembrata. In ogni caso meritano rispetto, le donne almeno, gli uomini no, assolutamente, perché‚ per loro non è questione di pudore, ma di considerare la donna oggetto di proprietà… che, come qualsiasi altro oggetto, può essere rubato, ma gli esseri umani non sono di metallo e non devono andare in cassaforte perché hanno un’anima o almeno una cosa che è ancora più bella, la sensibilità.

D'altra parte, una ragazza moderna, anche se è svedese o danese, non può essere rispettata, se si comporta in un paese ospite come fosse a casa sua, col seno al vento, braccia e gambe nude. Lei deve rispettare la sensibilità di chi sta a casa propria, come le donne mediorientali che vivono in occidente dovrebbero accorgersi che non serve coprirsi se tutte le altre si scoprono sempre di più. Forse in occidente stiamo esagerando, se penso che una volta, mi sentii molto in imbarazzo anch’io, stando per ore ad aspettare un pullman assieme a ragazzi iraniani, sotto una pensilina, in cui troneggiava la pubblicità di una donna col seno al vento.

E' dovere di tutti comunque, il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, quali valori universali, indipendenti dai luoghi e dalle usanze.

Adriana prof.ssa Galvani