Mi trovavo nel pieno centro di Amsterdam ad osservare un gruppo di ragazzi attorno a me che stavano facendo conoscenza tra loro. Sento che una ragazza si presenta e dice che viene dalle Bermuda, un’altra da S.Vincent, una da Suriname. Tre ragazzi vengono dalla Giamaica.

E’ una giornata grigia e fredda, con il vento di marzo e una pioggerellina che ti tortura, perché viene e va, ma tanto fine che non sai se aprire l’ombrello o tenertela addosso.

Persino i tedeschi si lamentano del brutto tempo dell’Olanda.

Io mi chiedo: chi glielo fa fare a questi ragazzi? Abbandonare un clima da paradiso, luoghi da favola, gente allegra attorno, senza preoccupazione di vestiti alla moda, per non parlare di noiosissimi guanti, cappelli e calze e ancor più di noiosi raffreddori. Be! Mi risponderete, per mangiare! A vedere molti nordici, si direbbe invece per venire a ingozzarsi di birra, a gonfiarsi come balene, o come barche, come dice una mia amica. Basti guardare le donne migrate dai paesi in via di sviluppo che si sono stabilite in Italia, hanno sempre i vestiti che scoppiano. Chiaro che, venendo da un paese povero, nessuno può resistere davanti all’abbondanza dei negozi e dei mercati di alimentari e dolciumi, visto che non ci riesce nemmeno chi è abituato a ciò da una vita. E’ ancor più difficile trovare qualcuno magro in America, sia del sud che del nord.

Un film mi aveva colpito: un soldato americano, tornando dal Vietnam si era portato una sposina che, per prima cosa, rimase allibita dalle dimensioni di madre e sorella del marito, come dalle dimensioni del frigorifero, dalle porzioni dei pasti. Infatti non seppe adattarsi alla vita del posto, anche se, in seguito, la decisione di chiedere il divorzio dipese dall’aggressività del marito, scatenatasi dall’inattività del ritorno del soldato e dalle pretese della di lui moglie separata con tre figli, che non riusciva a mantenere e avanzavano sempre pretese, perché l’assegno non bastava nemmeno per l’alimentazione.

Comunque una mano alla decisione derivò dalla repulsione del cibo, che le ricordava in continuazione parenti e amici che avevano a malapena di che nutrirsi in Tailandia, dove, proprio per evitare la miseria, il padre l’aveva spinta alla prostituzione, che l’aveva costretta a lasciare là il bambino avuto da un precedente contatto con un altro soldato.

Ho seguito ultimamente all’estero anche una serie gialla televisiva americana, realizzata non con attori di professione, ma con persone comuni. La maggior parte dei partecipanti non riusciva nemmeno a parlare dall’abbondanza di grasso nel collo e nel viso, molti respiravano a fatica, le guance diventavano rosse e cadenti, non per la vecchiaia, ma per il peso.

Per contrasto, è da citare una serie televisiva statunitense che va ora in onda in Italia, chiamata “Casalinghe disperate”, dove la magrezza delle protagoniste è persino eccessiva. Che sia un tentativo di imporre un modello a freno dell’obesità, come vuole Michelle Obama o come si pongono a simbolo figli e mogli del nuovo presidente Trump?

Esiste infine in tal campo una battaglia mediale tra le varie regine, principesse e congiunte di personaggi di prestigio.

Da Raina di Giordania, alla principessa inglese Cate, alla moglie del re di Spagna, la gara è tra chi riesce ad essere  più magra e più elegante. Molte non hanno il sangue blu, anzi è sempre più popolano, nel segno di una mancata democrazia, così “comprano” il loro quarto di nobiltà dai principi della moda; l’altro quarto dai dietologi, perché gli abiti donano di più alla magrezza.

Quello che conta è la classe, che non è acqua, ma si può comprare.

Adriana Galvani -MEDITERRANEA libera università popolare-